Lo ammetto. Quando ho letto del ritorno al Times New Roman nei documenti ufficiali statunitensi ho avuto una reazione piuttosto tiepida. Un font. Sul serio. In un mondo che brucia, discutiamo di caratteri tipografici.
Poi però succede sempre la stessa cosa. Mi fermo, rileggo, collego i punti. E capisco che no, non stiamo parlando di tipografia. Stiamo parlando di potere. Di accesso. Di chi può leggere senza fatica e chi invece deve sudarsela, parola dopo parola.
Nel digitale i dettagli non sono mai neutri. E quando diventano istituzionali, smettono di essere dettagli.
La tipografia come strumento di potere
Chi lavora nella comunicazione digitale lo sa bene. Un font non è decorazione. È infrastruttura cognitiva. È uno strumento che abilita o blocca l’accesso alle informazioni.
Nei documenti pubblici, nei siti governativi, nella modulistica amministrativa, la tipografia è parte integrante del servizio. Esattamente come una rampa per una sedia a rotelle o un ascensore funzionante.
Ignorarlo significa progettare per pochi e chiamarla neutralità.
Leggibilità non è estetica
C’è un equivoco che va chiarito subito. Leggibilità non significa “mi piace”. Significa “riesco a leggere senza sforzo”.
Nel mio lavoro ho visto aziende investire budget a cinque cifre per ridurre di qualche secondo il tempo di lettura di una landing page. Qui invece parliamo di persone che impiegano il triplo, se non il quadruplo, del tempo per comprendere lo stesso contenuto.
E no, non è una metafora. Sono dati.
Font: Calibri e Times New Roman a confronto
Calibri nasce nel 2004 in casa Microsoft con un obiettivo preciso: migliorare la leggibilità su schermo. È un font sans serif, progettato per ambienti digitali, con spaziature generose e forme che riducono l’ambiguità visiva tra i caratteri.
Times New Roman, al contrario, nasce nel 1931 per la stampa su carta, per i quotidiani, dove l’obiettivo era risparmiare spazio, non facilitare la lettura.
Un dettaglio tecnico spesso sottovalutato ma cruciale: in Times New Roman la “l” minuscola, la “I” maiuscola e il numero “1” sono estremamente simili. Per una persona dislessica o ipovedente questo non è un fastidio. È una barriera.
Quando i dati smontano le opinioni
Nel documento emerge un dato che colpisce più di mille discussioni ideologiche. Un testo che per un lettore normodotato richiede circa dieci minuti:
- può richiederne trenta in Calibri
- può arrivare a due ore in Times New Roman per chi ha difficoltà visive o cognitive
Ora fermiamoci un attimo. Due ore. Per leggere un documento pubblico.
Se questo non è un problema di accessibilità, allora cos’è.
Accessibilità come diritto civile
Ed è qui che il discorso diventa politico, nel senso più alto e meno urlato del termine. Quando uno Stato sceglie consapevolmente uno standard meno accessibile, sta dicendo qualcosa. Anche se finge di no.
Sta dicendo che alcune persone possono fare più fatica delle altre. E che è un problema loro.
Cambiare font in un documento pubblico equivale a rendere più ripida una rampa di accesso. Formalmente l’ingresso esiste. Ma provaci tu a usarlo.
Le scelte neutre che non lo sono mai
Quando il Segretario di Stato americano Marco Rubio avalla una scelta di questo tipo, non sta solo approvando un carattere tipografico. Sta legittimando una visione culturale precisa: l’accessibilità come concessione, non come diritto.
Ed è curioso come queste decisioni vengano spesso difese con la parola più abusata del decennio: neutralità.
La neutralità non esiste quando progetti sistemi che milioni di persone devono usare.
Politicamente corretto o progettazione intelligente
C’è una narrazione tossica che conosciamo fin troppo bene. Tutto ciò che include qualcuno in più viene etichettato come ideologico. Come forzatura. Come eccesso di zelo.
Ma progettare pensando anche a chi ha più difficoltà non è ideologia. È design universale. È buona amministrazione. È semplice intelligenza progettuale.
Eliminare strumenti inclusivi non rende il sistema più equo. Lo rende solo più escludente.
L’idiozia sistemica nella comunicazione
Uso volutamente una parola forte. Perché quando l’idiozia diventa sistemica, smette di essere una gaffe. Diventa un problema strutturale.
Semplificare, tagliare, tornare indietro per motivi simbolici produce sistemi più rigidi, meno efficienti e meno umani. E nel digitale, l’inefficienza non è mai neutra. Colpisce sempre qualcuno.
Di solito… i soliti.
Progettare per tutti è una scelta morale
Alla fine la domanda è una sola, ed è quella che pongo anche a te che stai leggendo.
Fa davvero più paura uno Stato che cerca di rendere i testi leggibili al maggior numero di persone possibile, o uno che dice apertamente “se hai difficoltà, arrangiati”?
Io una risposta ce l’ho. Ed è il motivo per cui continuo a credere che l’accessibilità non sia una moda, né una bandiera ideologica, né politicamente corretto.
È progettare il mondo partendo da una verità semplice e scomoda: non siamo tutti uguali.
Ed è proprio per questo che dovremmo avere tutti gli stessi diritti di accesso.







