Morti apparenti e bare tecnologiche

La morte è un evento naturale, nel senso che è propria della natura umana, ma è sempre molto difficile accettarla soprattutto perché genera anche tante paure: la più comune è la morte apparente, la paura di essere sepolti ancora vivi. Si tratta di una paura ancestrale, che la scienza medica odierna ha contribuito a mitigare grazie alla capacità di verificare in modo inoppugnabile l’avvenuta morte. Eppure si tratta di una paura radicata e ancora oggi le agenzie di onoranze funebri Roma – soprattutto e per una questione di numeri e perché in una capitale le “novità” arrivano sempre prima che altrove – possono ricevere richieste alquanto bizzarre e straordinarie riguardo l’allestimento della bara, soluzioni più o meno tecnologiche per salvaguardarsi dalla morte apparente.

Breve storia delle morti apparenti e delle bare hi-tech

Narcolessia, traumi cranici con brevi periodi di stati di coma reversibile, malattie del sonno e simili per secoli venivano scambiati per “stati di morte”. Tra il XVIII secolo e i primi anni del XX secolo, le cronache si riempivano di casi di morti viventi, morti non morti, sepolti vivi, gente che si risvegliava durante il funerale e che alimentavano le leggende sui vampiri, i fantasmi, voci e lamenti strazianti provenienti dai cimiteri e simili. È assolutamente plausibile che molte malattie – allora sconosciute – che provocavano una morte apparente siano state causa di sepolture di viventi, così come è plausibile che nonostante le conoscenze scientifiche attuali possa permanere il terrore di essere sepolti vivi e sempre la tecnologia può venire incontro per placare la paura di risvegliarsi in una bara. In Italia, nel 1995, Fabrizio Caselli ha brevettato una bara hi-tech dal nome “morte serena”, un cofano super accessoriato provvisto di allarme, sistema di interfono e microcamere, una luce interna, un respiratore con ossigeno, uno stimolatore cardiaco e un sistema di monitoraggio dei battiti cardiaci. Una bara che dovrebbe garantire in tempo l’arrivo dei soccorsi … salvo morire di paura ancor prima di realizzare la situazione.

Una soluzione hi-tech che forse non è ancora reperibile in tutte le imprese di onoranze funebri come la Cattolica San Lorenzo, anche per i costi esosi, ma che ha trovato illustri sostenitori: è noto che una delle fobie di Michael Jackson era proprio la sepoltura da vivo, tanto da ordinare una bara attrezzata con allarme in caso di morte apparente.

Prototipi storici di bare “tecnologiche” contro la morte apparente

Il terrore della sepoltura da vivi nasce anche dalla consapevolezza dei limiti dell’uomo e della sua fallacità nel fare diagnosi. Errare e umano, ma anche rimediare. È così l’uomo si è ingegnato in soluzioni più o meno bizzarre per porre rimedio alla paura:

  • Nel 1792 il signor Gutsmuth progettò un modello di bara per il duca Ferdinando di Brunswick dotato di una finestra, un foro per l’aria e il coperchio che si poteva sbloccare. Non ebbe successo per i costi eccessivi;
  • Nel 1829 il dr.Johann Gottfried Taberger progettò una bara di sicurezza dotata di una campana esterna con corde collegate a mani e piedi della “salma”. Per evitare i falsi allarmi (vento, animali), la campana era protetta.
  • Nel 1843 con brevetto n. 15 843, Christian Eisenbrandt progettò un meccanismo di sicurezza che permetteva di sbloccare istantaneamente il coperchio al minimo movimento della testa o di una mano.
  • Nel 1852 George Bateson ricevette dalla Regina Vittoria l’Onorificenza dell’Ordine dell’Impero Britannico per il suo Bateson Revival Device, una bara collegata ad una campana di ferro e montata sul coperchio della bara che si azionava con il più piccolo movimento della testa. Ironia della sorte, Bateson morì suicida: aveva talmente paura della morte apparente che preferì la certezza cospargendosi di olio di lino e dandosi fuoco. Meglio cremato che sepolto vivo.
  • Nel 1868 Franz Vester del New Jersey brevettò (nr. 81437) un sistema ingegnoso di “auto salvataggio” che consisteva nel porre sopra il coperchio della bara all’altezza del viso una specie di pozzetto quadrato che conduceva all’uscita. La persona che si risvegliava poteva uscire dalla bara e dalla tomba servendosi di una scaletta di emergenza per poter suonare la campana e dare l’allarme. Dopo un determinato periodo di tempo, però, se il defunto non si svegliava era evidentemente morto per cui si ritirava il tubo, la scaletta e la porta scorrevole e il pozzetto venivano definitivamente murati.

La maggior parte dei brevetti erano variazioni sul tema della “campana” come segnale di allarme. Nel 1900 viene introdotta l’energia elettrica con sistemi di allarme più affidabili o connessi con l’Ufficio del Telegrafo. Poi arrivarono gli stetoscopi come il sottomarino per osservare all’interno della bara il defunto per un certo periodo di tempo. Nel 1983 fu la volta del progetto di Fernand Gauchard con allarme lampeggiante al di fuori della bara e una lampada interna antipanico e nel 2004 la Frenchman Angel Hays produce una bara super accessoriata con sistema di allarme entro il raggio di 500 metri.

La morte all’era di internet? Le bare hi-tech del futuro saranno dotate di wi-fi per dare l’allarme all’esterno, cuffie per ascoltare nell’attesa musica rilassante contro l’ansia e il panico, sistema di ossigenazione interno per garantire la sopravvivenza fino a diverse ore dall’allarme. Alla morte non vi è rimedio, ma alla paura forse sì.

Izzyweb

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